http://www.oltrecultura.it/2020/08/07/note-barocche-nel-cortile-della-biblioteca-oliveriana-pesaro/
“La musica bagna le coste del pensiero. Solo chi non ha una terra ferma abita nella musica”. (Karl Kraus)
Io e la musica. Incontro con Sonia Bergamasco
Io e la musica. Incontro con Sonia Bergamasco
sabato 10 ottobre 2020
venerdì 14 febbraio 2020
domenica 12 aprile 2015
Un'intervista all but music.
Il 12 aprile 1940 nasce a Chicago Herbie Hancock. Un incontro semplice e profondo: i veri grandi non hanno bisogno di fronzoli. Abbiamo chiacchierato, recitato insieme la nostra preghiera e poi l'intervista. Un regalo a tutti quelli che sanno ascoltare. E a chi vuole imparare a farlo.
"La mia vita oltre le note"
"La mia vita oltre le note"
venerdì 13 febbraio 2015
Fra qualche giorno (21 febbraio) sarebbe stato il suo compleanno... Grazie, Maestro!
Roberto Leydi
Buddismo e Società n.104 maggio giugno 2004
Omaggio a Roberto Leydi
Il fondatore della moderna etnomusicologia italiana
di Anna Cepollaro
Ha insegnato al Dams di Bologna fin dalla sua costituzione. Critico musicale dell’Avanti e dell’Europeo, ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita del folk revival italiano, riscoprendo la musica di tradizione orale. Nella sua lunga carriera di saggista, ricercatore e docente, ha collaborato con Luciano Berio, Dario Fo, Moni Ovadia
Li hanno chiamati selvaggi, poi primitivi e infine, per cercar di togliere ogni accezione negativa o spregiativa, "gli altri". Gli altri, cioè quelli comunque diversi da noi, per aspetto fisico ed eredità culturale, i popoli di altri continenti che l'Europa ha incontrato e poi dominato, facendone oggetto d'osservazione e di studio anche per i suoi interessi coloniali. Ma "altri" vivono anche fisicamente accanto a noi: sono quelle donne e quegli uomini, marginali rispetto alla cultura delle egemonie o da essa esclusi, che formavano un tempo la plebe, o il popolino, o il volgo e che oggi si preferisce raccogliere entro concetti ora astratti, ora convenzionali e ora ideologici di popolo, o di mondo popolare, o di classi popolari, o magari di classi subalterne». Nell'introduzione al libro L'altra musica, Roberto Leydi indica il percorso che lo ha portato a ribaltare la prospettiva culturale, nella quale, per una volta almeno, sono i "bianchi", i depositari della tradizione colta, ad essere gli "altri".
Roberto Leydi, nato nel 1928, fondatore della moderna etnomusicologia italiana, che ha insegnato al DAMS di Bologna fin dalla costituzione del corso di laurea, ci ha lasciato una sera di febbraio di un anno fa. Aveva settantacinque anni. Discreto e ridondante insieme, il riserbo lo ha accompagnato nella vita, nel lavoro e anche in questo ulteriore tragitto (e certo lui l'avrebbe notato, ironico). Infatti, quello stesso 15 febbraio in tutto il mondo scendevano in piazza migliaia di persone per manifestare per la pace e, come Umberto Eco ha sottolineato in un suo articolo, i giornali non parlarono che di questo, accorgendosi solo qualche giorno dopo che, in silenzio e senza clamori, era andato via un personaggio davvero particolare e indimenticabile. Eco ricorda anche che Roberto, suo grande e vecchio amico, gli aveva detto un giorno: «Non bisogna mai morire di ferragosto, non se ne accorge nessuno».

Li hanno chiamati selvaggi, poi primitivi e infine, per cercar di togliere ogni accezione negativa o spregiativa, "gli altri". Gli altri, cioè quelli comunque diversi da noi, per aspetto fisico ed eredità culturale, i popoli di altri continenti che l'Europa ha incontrato e poi dominato, facendone oggetto d'osservazione e di studio anche per i suoi interessi coloniali. Ma "altri" vivono anche fisicamente accanto a noi: sono quelle donne e quegli uomini, marginali rispetto alla cultura delle egemonie o da essa esclusi, che formavano un tempo la plebe, o il popolino, o il volgo e che oggi si preferisce raccogliere entro concetti ora astratti, ora convenzionali e ora ideologici di popolo, o di mondo popolare, o di classi popolari, o magari di classi subalterne». Nell'introduzione al libro L'altra musica, Roberto Leydi indica il percorso che lo ha portato a ribaltare la prospettiva culturale, nella quale, per una volta almeno, sono i "bianchi", i depositari della tradizione colta, ad essere gli "altri".
Roberto Leydi, nato nel 1928, fondatore della moderna etnomusicologia italiana, che ha insegnato al DAMS di Bologna fin dalla costituzione del corso di laurea, ci ha lasciato una sera di febbraio di un anno fa. Aveva settantacinque anni. Discreto e ridondante insieme, il riserbo lo ha accompagnato nella vita, nel lavoro e anche in questo ulteriore tragitto (e certo lui l'avrebbe notato, ironico). Infatti, quello stesso 15 febbraio in tutto il mondo scendevano in piazza migliaia di persone per manifestare per la pace e, come Umberto Eco ha sottolineato in un suo articolo, i giornali non parlarono che di questo, accorgendosi solo qualche giorno dopo che, in silenzio e senza clamori, era andato via un personaggio davvero particolare e indimenticabile. Eco ricorda anche che Roberto, suo grande e vecchio amico, gli aveva detto un giorno: «Non bisogna mai morire di ferragosto, non se ne accorge nessuno».

giovedì 13 novembre 2014
Dedicato al 9 novembre
Allora la vita si è riunita
Violoncellista e direttore d'orchestra, difese pubblicamente Solzenicyn nella Russia sovietica e perse così la cittadinanza e fu esiliato. A sorpresa, come un comune musicista di strada, eseguì la suite per violoncello di Bach davanti al muro di Berlino mentre veniva abbattuto. Si schierò apertamente, rischiando ancora in prima persona, contro il tentato colpo di stato nei confronti di Gorbaciov. Per il suo impegno a favore dei diritti umani nel marzo dell'anno scorso l'Università di Bologna gli ha conferito la laurea ad honorem in Scienze politiche
«Il
muro ha diviso la mia vita in due e ha lacerato il mio cuore. Ho sempre suonato
nella parte orientale di Berlino, quella sovietica. Ma da quando sono stato
cacciato, ho potuto suonare solo nella parte ovest, senza più poter tornare di
là. Al crollo del muro, però, la mia vita si è riunita». L’immagine di
Mstislav Rostropovich, lo straordinario violoncellista e direttore d’orchestra
russo morto al termine di una lunga malattia lo scorso 27 aprile, rimarrà per
sempre legata ad una foto famosa in tutto il mondo: lui che suona il suo violoncello
davanti al muro di Berlino che si sgretola. Era l’11 novembre 1989. «Ero a
Parigi quando arrivò la notizia. La mattina dopo partii subito e all’aeroporto
di Berlino presi un taxi per correre al Muro. Mi misi a suonare un brano di
Bach per violoncello solo, seduto su una sedia chiesta in prestito al portiere
di un edificio. Attorno a me si radunò una piccola folla, ma io non suonavo per
loro, suonavo per me stesso, per esprimere a Dio la mia gratitudine».
Iscriviti a:
Post (Atom)




